• La seconda Repubblica Pisana: dal 9 novembre 1494 all’8 giugno 1509
    di Renato Mariani Pisano


    (Alcune date citate in questa nota potrebbero risultare errate di un anno perché non tutti gli autori indicano lo stile Pisano o lo stile comune. Questo genera probabili errori.)

            L’ingresso in Italia del re francese Carlo VIII nel 1494 per conquistare il Regno di Napoli, sul quale vantava diritti di successione e la decisione di crearsi amicizie durante il viaggio d’andata gli fecero programmare un sosta a Pisa. La sera del 8 novembre il Re venne ricevuto nel palazzo sul Lungarno Gambacorti, (oggi Palazzo Blu) allora di proprietà di Giovanni Bernardino Dell’Agnello. Gli appelli dei maggiorenti Pisani perché il Re garantisse la restituzione della libertà alla Repubblica Pisana si susseguirono intensi. Carlo VIII lasciando intendere ai Pisani di sposarne la causa, occupò militarmente la fortezza nuova affidandola al controllo al Capitano François D’Azay D’Entraigues**, lasciò la vecchia ai Pisani e partì alla volta di Firenze per prenderne possesso. Non ci riuscì per l’intervento di Piero Capponi (voi suonerete le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane). Alla fine di dieci giorni di trattative Carlo VIII si accontentò del possesso temporaneo di Pisa e Livorno e partì per Siena.

            Si raccontano diversi episodi che, si dice, convinsero Carlo VIII e il suo seguito ad avallare la richiesta di libertà dei Pisani. Due sono legati alla stessa persona, Loisa o Camilla Del Lante*, una fanciulla figliuola di Luca (o Matteo) del Lante cittadino Pisano (I Lante, detti anche Lante da Vico, possedevano anticamente un castello a Vicopisano e sono attestati sin dal 1190 con Bacciameo Lante che fu console della Repubblica di Pisa), come scrive il contemporaneo Francesco Guicciardini (1483-1540). Camilla, bellissima diciottenne con un accorato discorso chiese al Re di restituire la libertà ai Pisani e lo convinse oppure fece talmente innamorare il capitano D’Entraigues che, quando Carlo VIII gli ordinò di restituire la Cittadella ai fiorentini, si rifiutò e la “vendette” ai Pisani per una cospicua somma di ducati e il possesso della rocca di Ripafratta. Un terzo episodio è raccontato, probabilmente confondendo il luogo dove avvenne, da Jean Charles Leonard Simonde de Sismondi nella sua Storia delle repubbliche Italiane dei secoli di mezzo, Tomo XII: “...All'avvicinarsi di Carlo VIII le loro speranze vennero ravvivate artificiosamente da Lodovico il Moro, il quale sovvenivasi che Giovanni Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, aveva posseduta Pisa, e che sperava di unire queste città ai proprj stati, facendosi dare Sarzana e Pietra Santa, città in addietro dipendenti dai Genovesi. Il Moro non aveva accompagnato Carlo oltre Sarzana, ma Galeazzo da Sanseverino, uno de' suoi più fidati capitani, lo rimpiazzava all'armata, e questi aiutò i Pisani nel più difficile istante coi consiglj e col favore che godeva presso la corte. Tra i gentiluomini Pisani Simone Orlandi erasi fatto rimarcare pel suo odio contro i fiorentini: in casa sua, e per sua opera tutti coloro ch'erano stati personalmente offesi si adunavano per trovare i mezzi di vendicarsi e di liberare la patria. Siccome parlava speditamente la lingua francese, fu da' suoi concittadini prescelto per invocare il favore del re, e per supplicarlo di sottrarre Pisa ad insoffribile giogo. Per altro i suoi amici lo baciarono, e gli diedero un addio che ben poteva essere l'estremo, nell'istante in cui, sagrificandosi per la sua patria, si esponeva a tutta la vendetta de' fiorentini. Egli recossi al palazzo dei Medici (N.d.r. ??) ove soggiornava Carlo VIII, e stringendo le sue ginocchia fece un vivo quadro dell'antica grandezza de' Pisani, della deplorabile miseria cui trovavansi adesso ridotti e della crudele tirannide che gli aveva così barbaramente oppressi. Si abbandonò, parlando dei fiorentini, a tutta la violenza della sua indignazione, e fece raccapricciare il re e tutta la sua corte, enumerando le ingiustizie, che diceva di avere provate. Rammentò a Carlo VIII di essersi annunciato all'Italia come quegli che veniva a liberarla dai tiranni sotto cui gemeva. La prima occasione di mantenere le sue promesse gliela presentava Pisa. Se voleva che i popoli dassero fede alla sua sincerità, doveva affrettarsi di rendere i Pisani liberi. Il vocabolo di libertà, il solo che di tutto il suo discorso avessero potuto comprendere i Pisani che avevano accompagnato l'Orlandi, fu da loro ripetuto con acclamazione. Tutti i gentiluomini di Carlo, commossi dall'eloquenza dell'Orlandi, aggiunsero le loro alle sue preghiere; ed il re, senza riflettervi più che tanto, senza pensare che disponeva di cosa non sua, rispose ch'egli voleva tutto ciò ch'era giusto, e che sarebbe contento di vedere i Pisani ricuperare la loro libertà. Seppesi appena la risposta di Carlo, che il grido di viva la Francia, viva la libertà, echeggiò in tutte le strade; i soldati fiorentini, i gabellieri, i ricevitori delle contribuzioni, vennero inseguiti e costretti a fuggire dalla città; i lioni di marmo dal popolo chiamati Marzocchi, posti sulle porte e sui pubblici edificj in segno dell'autorità del partito guelfo e della repubblica fiorentina, furono atterrati e gettati in Arno, e dieci cittadini, adunati per formare una signoria, vennero incaricati dell'amministrazione della rinascente repubblica.” Felice Tribolati (1834-1898) nel suo libro I Crepuscoli Pisani e Paolo Tronci nei suoi Annali di Pisa, confermano l’episodio e il nome di Simone Orlandi.

            Per una straordinaria combinazione il 9 novembre i Pisani riebbero la libertà nello stesso giorno in cui i fiorentini avevano ricuperata la loro con la cacciata dei Medici lo stesso giorno in cui si aprì una fase nuova della storia politica di Firenze, presto dominata dalla figura di Girolamo Savonarola. Piero dei Medici era fuggito dalla città per la porta di S. Gallo insieme con i due fratelli, Giovanni (allora cardinale e futuro papa Leone X) e Giuliano. (Piero tenterà più volte di rientrare a Firenze con le armi, trovando poi la morte nella battaglia del Garigliano del 28 dicembre 1503 combattendo nelle fila francesi contro l’esercito spagnolo, i fratelli avrebbero riaffermato la dinastia della famiglia alla guida della città nel settembre del 1512.)

            Carlo VIII entrò in Napoli il 22 febbraio 1495, ma dovette presto abbandonare la città per la lega antifrancese costituitasi tra gli stati italiani e il re d'Aragona. Dopo la battaglia di Fornovo (6 luglio), rientrò in Francia. Morì ventottenne nel 1498 mentre preparava una nuova spedizione. Il successore fu Luigi XII.

            I fiorentini però nei per tre lustri non cessarono i tentativi per riprendersi Pisa; purtroppo alla fine ci riuscirono. In questo periodo si distinse per l’odio e l’accanimento Niccolò Machiavelli (N.d.r. giustamente questo nome non esiste nella odonomastica Pisana) che non solo lo manifestò in alcuni scritti, ma ebbe presenza attiva durante l’assedio e negli scontri. Nel marzo 1499 fu inviato a Pontedera, dove erano acquartierate le milizie del signore di Piombino, Jacopo d'Appiano, alleato di Firenze e nel maggio scrisse il “Discorso fatto al magistrato dei Dieci sopra le cose di Pisa”, dove leggiamo “...Sicché, per queste ragioni, non si vede alcuna via che Pisa, sanza usare forza, sia per ricuperarsi. ... Et però dicono ch'el più vero et fermo modo sarebbe fare 3 campi: uno a San Piero in Grado, l'altro a San Iacopo, l'altro alle Beccherie ovvero a Mezzana.” Era nuovamente a Firenze in agosto, quando le artiglierie fiorentine, provocata una breccia nelle mura del bastione Stampace aprivano la via alla conquista della città, ma Vitellozzo Vitelli e suo fratello Paolo, nonostante la conquista della Rocca di Stampace, dettero l'ordine di non procedere oltre con le azioni militari, perché sprovvisti a loro opinione di un'artiglieria sufficientemente preparata. Vitelli temporeggiò finché la malaria non ebbe ragione delle sue truppe, costringendolo a togliere l'assedio il 14 settembre 1499. Per questo Paolo Vitelli fu accusato di tradimento, e arrestato, fu condannato alla decapitazione; Vitellozzo, invece, riuscì a fuggire, riparando prima nella stessa Pisa, per poi passare a Città di Castello. A dar man forte ai fiorentini nel 1500 arrivarono le truppe francesi di Luigi XII ma il loro intervento fu poco efficace. Forse non tutti sanno che anche Leonardo si impegnò per annientare Pisa. Il 24 luglio 1503, Francesco Guiducci*** scrisse alla Balia da uno dei Campi contro Pisa per riferire come, il giorno precedente, Leonardo Da Vinci, con Alessandro degli Albizi, avesse illustrato a lui e al governatore il "disegno" del progetto per deviare le acque dell’Arno, concludendo: “Dopo molte discussioni et dubji conclusesi che l’opera fussi molto ad proposito”, perché sarebbe stata comunque utile per difendere le colline. Il gonfaloniere Piero Soderini e Machiavelli, il 20 agosto del 1504, approvarono l’inizio dei lavori “circha el voltare Arno alla torre ad Fagiano”, per la costruzione di una diga che ostruisse il fiume e lo deviasse lontano da Pisa in due canali, fino a Stagno, verso il mare. Aggiunge Luca Landucci (1437-1516) nel Diario fiorentino: “... e al dì 22 d’agosto 1504, si mise mano a volgere Arno a Livorno.” Emanuele Repetti racconta la conclusione del progetto: “... In questo stesso periodo tentarono i fiorentini niente meno che di deviare per intiero l'Arno da Pisa onde portare in quel popolo maggior desolazione. Scavaronsi a tale oggetto due profondi e larghi canali presso la torre di Fasiano (quattro miglia sopra la città) nelle mira d'introdurvi le acque dell'Arno e di là dirigerle al mare per la via di Coltano e di Calambrone. Al qual uopo venne costruita sul letto del fiume una gran diga, dove erano già state impiegate 8000 opere quando sopraggiunse una piena che rovesciò la diga, colmò i lavori, e fece sì che i fiorentini dovessero rinunziare ad un progetto troppo azzardato... ”

            Negli anni seguenti Machiavelli fu inviato a cercare aiuti e alleanze anche in Francia, mentre i fiorentini continuavano gli attacchi contro Pisa. Il fiorentino Lanfredini Lanfredino nel 1504 fu tra i pochi a opporsi alla spedizione militare contro Pisa, ma la spedizione ebbe ugualmente luogo e, come il Lanfredini aveva previsto, fallì. I fiorentini sconfitti a Ponte Cappellese sull’Osoli (Ozeri, nella zona di San Giuliano) il 27 marzo 1505 e in settembre, fallirono un nuovo assalto a Pisa. Constatato il fallimento delle milizie mercenarie nella guerra contro Pisa persuase il gonfaloniere Piero Soderini a organizzare un esercito cittadino. Vinte le resistenze degli oppositori politici del gonfaloniere, fu approvata la legge istitutiva della milizia e Machiavelli fu nominato segretario del nuovo ufficio, per il quale era più che preparato, avendo scritto un lucido Discorso dell'ordinare lo stato di Firenze alle armi. Si mise quindi ad arruolare truppe in campagna e in città per formare un esercito di almeno 5000 fanti che peraltro non avrà nessun ruolo nella successiva conquista di Pisa. Nel marzo 1509 nei “Provvedimenti per la riconquista di Pisa” scrisse: “Ad ultimare l’impresa di Pisa bisogna averla o per assedio o per fame, o per espugnazione, con andare con artiglieria alle mura.”

            L’ultima soddisfacente azione Pisana avvenne l’8 aprile 1509 quando i Pisani uscirono dalla Porta a Piagge con la bandiera di Firenze, gridando Marzocco! Marzocco! (Marzocco era ed è il simbolo di Firenze) in segno di resa. I fiorentini ingenuamente abboccarono, i Pisani attaccarono e sconfissero gli avversario. Ma l’assedio continuò, e i fiorentini, non potendo vincere i Pisani militarmente, bruciarono tutte le coltivazioni del contado Pisano. Fu così che si arrivò ad una pace forzata; Machiavelli accompagnò i legati Pisani a Firenze dove, il 4 giugno 1509 fu firmata la resa da dieci Pisani (cinque della città e cinque del contado). I Pisani prigionieri vennero rilasciati e i commissari fiorentini Niccolò Capponi, Antonio Filicaia e Alamanno Salviati rientrarono in Pisa l’8 giugno 1509 (vedi anche R. Grassi e S. Sismondi).

            Questa guerra costò cara a Firenze dal punto di vista militare ed economico, ma soprattutto per la perdita di vite umane nelle sconfitte inflitte dagli indomiti Pisani. La Repubblica Fiorentina, indebolita da questa guerra, trovò la sua fine pochi anni dopo, nel 1530, con l’avvento al potere dei Medici e del successivo Granducato di Toscana. Il periodo dal 9 novembre 1494 all’8 giugno 1509 è stato definito da molti storici, tra i quali Antonio Fascetti Pisano “Seconda Repubblica Pisana”.

    * Una locomotiva a carbone detta "Camilla Del Lante" a ricordo della leggendaria ragazza fu in attività lungo la Ferrovia Leopolda fino agli inizi del XX secolo.

    ** La leggenda del promontorio del Romito (variante popolare di eremita) racconta di questo personaggio. Si narra che dopo la cessione ai Pisani della Cittadella, D'Entraigues, dichiarato traditore e disonorato, decise di fuggire senza farne parola con alcuno e si rifugiò appunto in quel luogo che poi fu chiamato Romito. Dopo alcuni anni di eremitaggio sentendosi prossimo alla morte mandò a chiamare un monaco agostiniano di San Jacopo in Acquaviva e gli chiese di rintracciare la donna che era stata la sua amante per farle sapere il luogo del suo nascondiglio e l'approssimarsi della sua fine. Loisa del Lante, che dopo il ritorno dei fiorentini si era rifugiata nella sua abitazione, pochi giorni dopo lo raggiunse appena in tempo per vederlo spirare tra le sue braccia. Loisa morì un anno dopo nel giorno anniversario della morte del Capitano. Nei pressi della capanna in cui il capitano francese aveva trascorso il suo eremitaggio, esistevano i ruderi di un vecchio fortino. I Medici su quei resti costruirono un nuovo fortilizio dotato di una torre (di S. Salvatore, oggi integrata nel castello Sonnino) in difesa della costa e nel 1634 al tempo del Granducato l'edificio fu soggetto ad una seconda ristrutturazione che comprendeva postazioni di alloggio e ricovero per il corpo dei Cavalleggeri addetti alla vigilanza costiera e al piano superiore una piazzola con cannoni puntati verso il mare. La costruzione faceva parte di una catena di difesa che includeva a nord Castel Boccale e la Torre di Calafuria, a sud la Torre di San Martino a Quercianella (scomparsa), la Torre di Castiglioncello, quella di Vada, quella di Capocavallo (scomparsa) e il Forte di Bibbona.

    *** Francesco Guiducci era presente all’assedio.


    Bibliografia
    L’argomento di questa nota è trattato in molte opere scritte sulla storia di Pisa. L’elenco che segue è pertanto carente di alcuni titoli, perché sono citati solo i testi da cui sono state ricavate le notizie.

    Angelo Fabroni Memorie Istoriche di più Uomini Illustri Pisani, Pisa, 1790;
    Emanuele Repetti Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana Vol. IV, Firenze,1833;
    Firenze e Pisa dopo il 1406 Atti del convegno, Firenze 27 28 settembre 2008 a cura di Sergio Tognetti, 2010;
    Francesco Guicciardini Storia d’Italia Tomi I, II e III, 1822;
    Jacopo Arrosti Croniche di Pisa, 1654;
    Lorenzo Pignotti Storia della Toscana Tomo VI, Firenze, 1824;
    Luca Landucci Diario fiorentino dal 1450 al 1516 di continuato da un anonimo fino al 1542, Firenze 1883;
    Niccolò Machiavelli Opera Omnia - Discorso sopra le cose di Pisa e Provvedimenti per la riconquista di Pisa;
    Paolo Tronci Annali di Pisa, Pisa, 1828;
    Raffaello Roncioni Istorie Pisane, Firenze, 1844;
    Ranieri Grassi Pisano Descrizione Storica e Artistica di Pisa e de' Suoi Contorni, Pisa, 1836;
    Simonde de Sismondi Storia delle repubbliche Italiane dei secoli di mezzo Tomo XII, 1817;
    Vittorio Fanucci Le relazioni tra Pisa e Carlo VIII, Pisa, 1892.