• La Battaglia di Montecatini
    di Renato Mariani Pisano


    Forze in campo: i Guelfi (Fiorentini e alleati napoletani e toscani) comandati da Filippo d’Angiò; i Ghibellini (Pisani, alleati toscani e fuoriusciti fiorentini) comandati da Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani.
    Non abbiamo indicazioni concordanti sul numero dei combattenti, che probabilmente erano circa 3.000 cavalieri e dai 20.000 ai 30.000 fanti dalla parte ghibellina e 3.200 o più cavalieri (per alcuni cronisti addirittura 5.000) e dai 30.000 ai 60.000 fanti dalla parte guelfa.

            All’inizio del XIII secolo, nonostante la vittoria di Campaldino (1289), l’egemonia della guelfa Firenze in Toscana era minacciata da una coalizione di forze ghibelline favorevoli all’imperatore Arrigo (Enrico) VII di Lussemburgo, sceso in Italia per restaurare il potere imperiale. Firenze organizzò una Lega di città guelfe (Siena, Prato, Pistoia, San Gimignano, Volterra) con l’appoggio di Roberto d’Angiò, re di Napoli. Nel 1313, subito dopo la morte di Arrigo VII a causa di un’infezione da antrace, i Pisani avevano bisogno di un capo militare esperto per affrontare la Lega guelfa. Per questo si erano già rivolti, ma senza successo, a Giovanni di Boemia, figlio di Arrigo, a Federico di Sicilia, a Enrico conte delle Fiandre e al conte di Savoia. Allora contattarono il ghibellino Uguccione della Faggiuola, titolare del castello di Faggiuola e di altre terre nella Massa Trabaria (territorio tra Umbria, Toscana e Romagna). Uguccione aveva combattuto e vinto i guelfi di Arezzo. In questa città aveva ricoperto per quattro anni la carica di podestà, poi era stato eletto capitano Generale dai ghibellini di Cesena, Forlì, Faenza ed Imola e per questo scomunicato dal Papa Bonifacio VIII nel 1296. Nel 1313 si trovava a Genova come rappresentante dell’imperatore per avere aiuti militari, accettò l’offerta e il 20 settembre raggiunse Pisa, dove fu investito delle cariche di podestà, capitano del popolo e capitano di guerra. Pochi giorni dopo il suo arrivo chiese ai Lucchesi di restituire i castelli di Buti, Asciano ed Avane e di riammettere i fuorusciti ghibellini, ma ricevette un netto rifiuto.
    I Pisani, capitanati da Banduccio Buonconti, cercarono la pace con gli Anziani di S. Zita nel Convegno di Quosa. La pace, non fu possibile raggiungerla, per il comportamento tenuto dal lucchese Bonturo Dati che rifiutò di rendere Asciano, vantandosi, di averci piantato sette specchi, perché le donne pisane vi si mirassero. Uguccione iniziò a guerreggiare per tutto il contado lucchese, ritirandosi ogni qual volta i fiorentini, cercavano di venir in soccorso dei lucchesi. Alla fine attaccò e conquistò Asciano e il 18 novembre (San Frediano), inflisse ai Lucchesi una pesante sconfitta presso Pontetetto, arrivando fino al Borgo di S.Pietro Maggiore (l’attuale S. Concordio), dove si racconta che le milizie pisane, ricordandosi di Bonturo, si burlarono dei lucchesi cantando: “Hor ti specchia, Bontur Dati / Ch’e lucchesi hai consigliati: / Lo die di San Fridiano / Alle porte di Lucca fu il Pisano”. L’arrivo dei fiorentini questa volta fu provvidenziale e Uguccione si ritirò.
    Durante l’inverno continuò le ostilità contro San Miniato, Siena e Massa Marittima, finché il 27 febbraio 1314 i Pisani firmarono la pace con i guelfi toscani e Roberto d’Angiò, anche se buona parte dei ghibellini erano contrari. Nel marzo, scrive il Villani, fece arrestare e decapitare come colpevoli di tradimento Banduccio e Pietro Buonconti, gli ambasciatori di Pisa che avevano concluso il trattato con Roberto d’Angiò e la Lega guelfa, anche se Uguccione aveva ottenuto dai Lucchesi, incontrati a Ripafratta, la restituzione di Viareggio, Buti e Bientina. Richiese per la seconda volta il rientro a Lucca delle famiglie esiliate ma i Lucchesi per la seconda volta rifiutarono. Allora a Pisa si decise di riprendere le ostilità contro Lucca conquistata il 14 giugno 1314 con l’aiuto dell’esiliato Castruccio Castracani degli Antelminelli, che poté rientrare in patria. Il vicario del re Roberto d’Angiò fu espulso e la città fu saccheggiata. Stranamente un mese dopo Pisani e Lucchesi si unirono in una Lega a capo della quale fu nominato Uguccione, mentre suo figlio Francesco fu nominato podestà e capitano generale di Lucca. L’azione militare però non si fermò; la notte del 9 dicembre si tentò la conquista di Pistoia ma gli attaccanti Pisani furono respinti.

            Il 10 agosto del nuovo anno, utilizzando anche le truppe del defunto imperatore rimaste al servizio di Pisa e quelle fornite dagli Ubertini e dai Tarlati di Arezzo, dal conte di Santa Fiora, dai signori di Mantova, di Modena ed altri, Uguccione aveva occupato buona parte della Valdinievole e conquistato Montecalvoli. I Fiorentini, consapevoli del pericolo, inviarono ai loro alleati richieste di soccorso. Roberto d’Angiò rispose positivamente, mandando in Toscana i fratelli Pietro "Tempesta", conte di Eboli, Filippo, principe di Taranto e il figlio di quest’ultimo Carlo d’Acaia. Montecatini resisteva agli attacchi dei Pisani accampati presso il fiume Nievole; fu deciso pertanto di assediare Montecatini e Monsummano, dopo aver convinto i Pisani dell’utilità del finanziamento delle spese militari. Dopo alcuni scontri la Lega guelfa decise di spostarsi verso Borgo a Buggiano per tagliare a Uguccione rifornimenti da Lucca e possibili vie di ritirata. Venutone a conoscenza, nella notte fra 28 e 29 agosto Uguccione alle prime luci dell’alba del 29 abbandonò l’assedio e radunò l’esercito nel piano, pronto a sostenere un eventuale scontro. Il comando fiorentino interpretò tale movimento come una ritirata e si mosse per levare il campo senza preparazione a una battaglia, ma solo per inseguire i Pisani. Uguccione, accortosi di essere inseguito, ordinò alle sue truppe di assalire il nemico. La schiera dei feditori (cavalleria leggera) di Uguccione attaccò il contingente senese che difendeva il campo e lo travolse, per poi scontrarsi con il grosso della cavalleria guelfa raggruppatasi in fretta agli ordini del conte Pietro. Lo scontro fu feroce e i feditori ghibellini fermati e impegnati con forti perdite. Ma a loro sostegno Uguccione fece intervenire a questo punto anche i temibili cavalieri tedeschi, comandati da un cugino dell’Imperatore Arrigo VII. Questi piombarono sui cavalieri e sulle fanterie guelfo-fiorentine ancora non in ordine, mentre anche il contingente dei 4.000 balestrieri Pisani entrava in battaglia e iniziava a colpire indisturbato e micidiale cavalieri e fanti nemici. Le truppe fiorentine resistettero ingaggiando un cruento combattimento nei pressi del torrente Borra (scorre fra Borgo a Buggiano e Montecatini Terme e sfocia nella Nievole). Nel frattempo a Uguccione era giunta la notizia che il figlio Francesco era caduto; con rabbia e dolore lanciò allora contro il nemico la riserva che lui stesso guidava, composta dal grosso delle milizie civiche pisane e lucchesi. Quando lo schieramento guelfo era già prossimo al crollo, la fanteria guelfa si disunì, gettò le armi e iniziò a darsi alla fuga coinvolgendo nel caos anche la cavalleria. Fu il preludio di una lunga e drammatica caccia; i guelfi furono inseguiti per chilometri, uccisi o catturati; molti si persero e affogarono nel lago/palude di Fucecchio (allora molto più ampio). I Pisani fecero numerosi prigionieri, più di quanti ne potessero accogliere le torri cittadine. Nonostante l’inferiorità numerica, i Pisani e gli alleati avevano sbaragliato l’esercito fiorentino, grazie al proprio valore, all’astuzia di Uguccione, ai Cavalieri tedeschi e soprattutto ai famosi e micidiali Balestrieri della Repubblica Pisana. Fra i numerosi caduti sul campo, insieme a decine di nobili e illustri cittadini, furono Pietro di Eboli e Carlo d’Angiò, il comandante dei senesi Carlo di Guido da Battifolle, Stefano, nipote del Cardinale da Prato, il figlio di Uguccione Francesco e il capitano fiorentino Giovanni Giacotti dei Malespini, che combatteva nelle file pisane insieme ad altri fuorusciti e che portava la bandiera imperiale. Il corpo del giovane Francesco della Faggiola fu posto in un sarcofago di età romana nel Campo Santo di Pisa nella cui tabella, retta da due putti volanti, si legge la seguente epigrafe: SEPULCRUM FRANCISCI DE FAGIOLA MORTUI IN BELLO MONTIS CATINI - A.D. MCCCXVI (s. p.). Anche il corpo del Malespini fu posto in un sarcofago romano nel Campo Santo. Nella tabella tra due pilastri scanalati si può decifrare la seguente iscrizione: SEPULCRUM DOMINI IOHANNIS GIACOTTI MALESPINI DE FLORENTIA MORTUI IN BELLO MONTIS CATINI - A.D. MCCCXVI. Ai cavalieri teutonici che combatterono al fianco dei Pisani fu dedicata la chiesa di San Giorgio, detta appunto “ai Tedeschi”, in via Santa Maria.

            Lo scontro era stato tremendo, con perdite rilevanti di vite umane. Fu definita come una battaglia tra le più feroci di quei tempi anche dal Machiavelli e, a questo proposito, le cronache parlano della Borra come di un torrente colorato di rosso a causa del sangue dei numerosi morti. Il Villani parla di più di 2.000 caduti e oltre 1.500 prigionieri; le fonti cittadine pisane di circa 10.000 morti guelfi e 7.000 prigionieri. Lo stesso Villani conferma che furono ben poche le famiglie nobili fiorentine che non patirono qualche lutto o non dovettero pagare ingenti riscatti per la liberazione dei congiunti catturati in battaglia. Del disastro guelfo diede un triste ammonimento in un sonetto anche Folgore da San Gimignano: “Non vi ricorda di Montecatini, come le moglie e le madri dolenti fan vedovaggio per li ghibellini?”. A seguito della vittoria Uguccione conquistò Montecatini e Monsummano; nei mesi seguenti Volterra e San Gimignano trattarono una pace separata con i ghibellini e Prato si affrancò dalla tutela fiorentina. Firenze, invece non si piegò, trovando una inusitata concordia interna e facendosi forte della sua ricchezza. Alcuni storici raccontano che Dante, fiducioso della protezione di Uguccione che, come dice il Boccaccio, avrebbe ospitato nel castello della Faggiuola il poeta in esilio, attendesse nei pressi del castello di Montecatini la vittoria dei Pisani. La sconfitta dei fiorentini era l’ultima possibilità di rientrare nella sua città. Se fosse vero, Dante ebbe una bella faccia tosta, dopo quello che aveva scritto nelle terzine nel XXXIII Inferno.

            La battaglia di Montecatini però segnò l’apice della carriera politica e militare di Uguccione e dei contrasti con Castruccio Castracani il quale nella disputa per la successione imperiale, si era schierato dalla parte di Federico d’Austria, rivale di Ludovico di Baviera che era sostenuto da Uguccione. Il 10 aprile Uguccione ordinò al figlio Ranieri di arrestare Castruccio ed egli stesso mosse verso Lucca con 400 cavalieri. Lungo il tragitto fu raggiunto dalla notizia che a Pisa era scoppiata una rivolta guidata da Coscetto dal Colle. Tornò subito indietro, ma i Pisani, ormai schieratisi con i suoi oppositori, gli impedirono di entrare in città. Allora si diresse verso Lucca, ma trovò che anche questo Comune si era sbarazzato del suo governo. In un giorno perse le due città sulle quali aveva sperato di fondare la sua signoria. Castruccio Castracani, liberato nel 1316 durante una rivolta popolare e acclamato signore a vita di Lucca, concesse a lui e al figlio Ranieri un salvacondotto per lasciare la Toscana. I due si rifugiarono prima presso il ghibellino Spinetta Malaspina di Fosdinovo, poi si spostarono a Modena, quindi a Mantova e infine a Verona dove Uguccione fu al servizio di Cangrande Della Scala come comandante dell’esercito. Nel 1317, probabilmente in agosto tentò di riconquistare Pisa con l’aiuto di Spinetta Malaspina e della fazione cittadina dei Lanfranchi, ma il complotto venne scoperto, quattro dei Lanfranchi furono giustiziati e dovette rientrare a Verona. Uguccione trascorse gli ultimi anni della sua vita al servizio di Cangrande; combatté contro Brescia e Padova e nel 1318 assediò Treviso. Morì a Vicenza il 1º novembre 1319, probabilmente a causa di una febbre malarica contratta mentre combatteva nella zona paludosa intorno a Padova. Fu sepolto a Verona nella chiesa dei frati predicatori.
    Nel 1320 l’imperatore Federico III nominò Castruccio vicario in Lucca, Valdinievole e Lunigiana. Confermato in tale carica nel 1324 da Ludovico il Bavaro, toccò l’apogeo della sua potenza conquistando Pistoia e sconfiggendo i fiorentini ad Altopascio il 23 settembre 1325, ma per la sua lotta contro i filopapali si guadagnò la scomunica di Giovanni XXII. Morì a Lucca il 3 settembre del 1328, probabilmente per febbri malariche contratte durante l’assedio di Pistoia, ma qualcuno, più verosimilmente, sostiene che fu avvelenato.

            Nella chiesa di San Francesco a Lucca si trovano il cenotafio e una lapide a ricordo di Castruccio Castracani, che nel testamento aveva chiesto proprio di essere sepolto in quella chiesa.

            Nel “Trionfo della Morte” opera probabilmente di Bonamico Buffalmacco (1290 circa-1340) nel Campo Santo di Pisa sembra siano; rappresentati Uguccione della Faggiuola, Castruccio Castracani e l’imperatore Ludovico il Bavaro.

            La Battaglia di Montecatini ha involontariamente collegato gli ultimi due esponenti di spicco del ghibellinismo toscano, che dopo la loro scomparsa non troverà più nuovi e illustri personaggi come Uguccione, “Ghibellino uscito dagli appennini, il di cui nome forma una delle nostre celebrità” e Castruccio che “Sollevò in Italia la parte ghibellina/ Mise in fondo la guelfa”. E’ singolare anche il fatto di quante situazioni avessero in comune i due che ebbero idee, cariche, scomuniche, battaglie, strategie e persino morti simili.